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[Un pretesto: Soldato Blu]

di Ralph Nelson, 1970
Il film ricostruisce la strage di Sand Creek, Colorado, avvenuta il 28 novembre 1864 per mano di Custer e che portò allo sterminio del popolo Cheyenne; è comunque un film ispirato alla strage di My Lay, il villaggio vietnamita raso al suolo dai marines nel 1969.
Nel lontano 1970 il film terminava citando l’episodio del 1864, definendo questo stesso come uno dei maggiori delitti storici commessi dallo Stato americano. Nulla diceva, esplicitamente, della strage commessa dall’esercito americano nel Vietnam del 1969, ma ad essa direttamente si riferiva.
Era, quindi, il film il racconto di due pagine vergognose, incrociate tra di loro e separate da circa 100 anni di storia. Mostrava quindi una stessa faccia di una stessa medaglia.

Il 24 maggio del 2004 l’agenzia ansa riporta la notizia dell’esistenza di un video che mostra l’attacco di elicotteri Usa durante una festa di matrimonio in Iraq, in un luogo al confine della Siria, provocando oltre 40 morti, in gran parte donne e bambini. Il Pentagono sostiene che l’edificio attaccato era un rifugio di guerriglieri armati. Ma le immagini mostrano la festa nuziale in corso, nel villaggio isolato di Mogr el-Deeb a 20 km dal confine siriano, e l’arrivo della vettura della sposa, decorata con caratteristici nastri colorati.
Non so di cosa tratta il documentario con il quale Moore ha vinto questa edizione 2004 di Cannes, ma ritornando al film Soldato Blu, mi piace sottolineare la valenza del cinema che insegna, che tramanda, che denuncia.
Come una testimonianza forte e vitale che prima o poi conduce tutti di fronte al proprio specchio, anche se questo rischia di rimanere solo un solo angolo dello stesso se non supportato da una riflessione alta e capace che coinvolge la cultura tutta.

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