né mi pento

Di tutti i monosillabi lasciati inespressi proprio sull'ultimo tratto di battigia dove l'onda ridiventa mare o muore in creste di rame e aspetto che sia nuovo il mare a cui non credo.
Colsi, è vero, dal ramo, ma intanto era mare intorno e dietro, e io sul mare verso te non più strada né spazio né tempo.
Lo sognai, confesso, né mi pento. Poi tornò il tempo del riposo e tracce di luna su ogni sasso e sul lento andante e vibrato che per te sognai di suonare.
Se tu ascoltassi i sogni.
E poi piange il gabbiano, che brutto modo di cantare una metafora senza suono, per via del falco pellegrino che vola al mare e alla sabbia e a me sulla sabbia che aspetto di cancellare.
Non posso aspettare e non posso andare. Mi tiene il filo, il fruscio, il frullo, il frigo, il fantomatico frasare che mi vince. So che non potrà tornare. Ma l'indugio mi inchioda mi stringe mi strappa la certezza che non fugge il tempo ma sia io a fuggire e nuotando contro vento ritrovarlo e ancora lasciarlo.
Hanno stanza da voi le parole signore?
Camminai allora. Per quell'argine di risentito verde, a navigare sotto appena il pelo dell'acqua, dove non arriva il filo della mia caviglia ma il segno della tua mano.

Adesso vivo in campagna. Dalla poltrona di un acconcio salotto vigilo sul volgere delle emozioni, che non tracimi oltre la guardia e non sia ardito men che misurato. Adesso vivo in campagna. E la piatta densità della landa mi sveglia in uno stupore ingenuo e incaponito e un po' fa male.
Lo scialle se mai vi fu lo lasciai sulla sponda perigliosa che mi avevi mostrato, se mai mostrasti.
Lì la mia caviglia la tua mano, quella sfumatura di pervinca.
Dalla mia poltrona guardo il mare e penso a quando ti ho sognato e ricordo poco oltre al blu di prussia, il cobalto e il cielo di simone martini che vicino al giallo zecchino mi commuove anche ora.
Se ti penso.

di Ada Alliata