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<title>liberiLibri * il cassetto</title>
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<copyright>Copyright 2006</copyright>
<lastBuildDate>Fri, 23 Jun 2006 08:12:27 +0100</lastBuildDate>
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<title>Le vacanze degli innocenti</title>
<description><![CDATA[<p>Ritengo di essere una persona “normale” se con questo termine vogliamo indicare una qualunque persona che si adatta ai comuni stereotipi che dal momento della nostra nascita a quello della dipartita ci accompagnano nei gesti quotidiani, se non fosse per un piccolo problema che mi fa sentire in qualche modo “fuori”: odio con tutte le mie forze le vacanze, in modo particolare i viaggi all’estero e i campeggi. E non sopporto sentir parlare di “vacanze intelligenti”, perchè, e ricordatevi bene queste parole, le vacanze non sono mai intelligenti , né riesco a ritenere tali coloro che le attendono per undici mesi e quindici giorni l’anno.</p>

<p>Non che si tratti di un odio per partito preso, questa mia avversione è frutto di un serio ragionamento effettuato dopo aver fatto le mie belle esperienze.</p>

<p>Devo ammettere di provenire da una realtà familiare in cui grazie al cielo le vacanze hanno sempre avuto una scarsa importanza e la mia infanzia è piena di dolci ricordi persi nei torridi pomeriggi dell’agosto cittadino, quando tutti i rompiballe si allontanano dalla città, lasciandola fra le mani di chi sa godersela in ogni suo attimo.</p>

<p>Il mio esordio, il primo contatto cioè con la realtà delle vacanze risale al lontano 1978 quando, tenero quattordicenne avido di avventure da poter raccontare, organizzai con alcuni amici il primo e purtroppo non ancora ultimo campeggio della mia vita.</p>

<p>La frase che riporto qui sopra “avventure da poter raccontare” non è casuale: sono fermamente convinto che se ai villeggianti qualcuno impedisse di raccontare in giro l’andamento delle proprie vacanze, questi ultimi non esisterebbero. E’ un po’ come per le discoteche (sulle quali quando diventerò famoso scriverò un intero libro), infatti sono convinto che l’ottanta per cento dei frequentatori delle discoteche lo sia soltanto per poter dire agli altri “ieri notte sono stato in discoteca” senza però aggiungere di essersi annoiato a morte, di aver fatto finta di essere ubriaco per attirare l’attenzione delle ragazze (d’altronde chi potrebbe mai ubriacarsi in un luogo in cui un bicchiere di Whisky costa quindicimila lire?) e di avere contato con trepidazione i minuti che lo separavano dall’orario di chiusura.</p>

<p>Tornando al mio primo campeggio, ricordo di essermi recato con un mio zio di origini napoletane in un negozio di roba usata situato nella mia adorata Cagliari, grazie al quale riuscii ad acquistare un sacco a pelo seminuovo (anche se con un leggero odore di carogna) al prezzo di settemila lire.</p>

<p><strong>Il campeggio a Santa Margherita di Pula</strong><br />
Partimmo carichi di speranza, cantando a squarciagola canzonette sconce, mentre, a bordo dei nostri ciclomotori, divoravamo allegramente i chilometri che ci separavano da Santa Margherita di Pula, meta del nostro viaggio. Avevo in quei tempi un “Bravo” della Piaggio, sul cui microscopico sellino prendemmo posto in due: io e il mio amico Claudio, un energumeno alto un metro e novanta per circa novanta chili di peso, che provocava nei cinquanta centimetri cubici del mio  povero ciclomotore dei rumori simili a lamenti di un animale ferito a morte.</p>

<p>Giunti al dodicesimo chilometro della Strada Statale 195, osservammo il “vespino” condotto dall’amico Carmelo sbandare paurosamente per poi rovinare con un tonfo secco contro un cumulo di sabbia posto al lato della carreggiata, urto accompagnato da una singolare pioggia di caffettiere, forchette, coltelli e persino un frullatore. Chiedemmo a Carmelo cosa mai se ne facesse di un frullatore visto che il luogo in cui saremmo dovuti andare era sprovvisto di energia elettrica e lui rispose di non averci pensato. Scendemmo dai nostri ciclomotori per aiutare le povere vittime del sinistro; era difficile capire dove finisse il “vespino” e dove cominciasse il cumulo di sabbia, ma dopo qualche tempo riuscimmo a distinguere le due parti e a disincastrare il mezzo. Riprendemmo il nostro viaggio e, allo scopo di sdrammatizzare l’incidente, Carmelo intonò un altra canzonetta sconcia, che narrava delle vicissitudini di una giovinetta rimasta per due giorni rinchiusa in un ascensore in compagnia di quattro ambulanti di colore. Per colmo di sfortuna il nome della protagonista corrispondeva a quello della fidanzata di Rolando, il passeggero da lui trasportato, il quale, già indispettito per la rovinosa caduta, diede una poderosa mazzata con il palmo della mano sulla nuca dell’incolpevole Carmelo rischiando, durante la colluttazione che ne seguì, di cadere nuovamente dalla sella.</p>

<p>Giungemmo senza ulteriori problemi alla nostra meta, ricordo che appena sceso dal mio ciclomotore rimasi per qualche minuto bloccato con le gambe divaricate a causa di un tremendo indolenzimento dovuto al fatto che avevo percorso circa quaranta chilometri con l’osso sacro poggiato su quattro centimetri di sellino.</p>

<p>Decidemmo di montare  la tenda al centro di una pineta sita nelle vicinanze di un lussuoso albergo; le operazioni di montaggio furono quanto di più penoso si possa immaginare: urla, frasi irripetibili e perfino pianti,fecero da colonna sonora all’immane fatica: Claudio cadde più volte a terra alzando nuvole di polvere, Rolando era avvolto dai tiranti della tenda in un modo tale che pareva essere stato vittima di un gigantesco ragno, io appeso per le gambe a un robusto ramo cercavo di tenere la tenda in piedi assicurandone la sommità all’albero che mi sorreggeva. A questo punto Carmelo, adducendo un passato da boy scout, si offrì di prendere in mano la situazione dando vita a una scena che avrebbe fatto la fortuna di chiunque avesse avuto in mano una telecamera, ma purtroppo in quei tempi era difficile esserne provvisti: l’immagine che tuttora ho scolpita nella mente è quella di Carmelo supino, praticamente sospeso in aria, con le braccia innaturalmente allungate a sorreggere due paletti, un vecchio mattone sul quale poggiava la schiena che gli forniva la giusta distanza dal suolo e gli altri due picchetti serrati fra l’alluce e il dito limitrofo di ogni piede che cercava di effettuare un nodo da marinaio con la fune stretta fra i denti! Fu allora che ci accorgemmo della presenza di due turisti tedeschi che seguivano la scena con gli occhi sbarrati, paralizzati dall’incredibile spettacolo offertogli dall’ex boy scout. Il più anziano dei due, un pallido signore che teneva in mano un cono gelato che ormai squagliato aveva iniziato a colargli sull’avambraccio farfugliava frasi a noi incomprensibili con un tono compassionevole e affascinato. Seguirono quattro interminabili ore che superarono non di poco i due minuti preventivati da Carmelo per rizzare la tenda, durante le quali vidi i miei amici contorcersi fra funi e tubi metallici assumendo posizioni innaturali prima di aver ragione dell’infame dimora. Trascorsi quindici secondi dal termine delle operazioni di montaggio venimmo circondati da tre auto dei carabinieri, i quali ci cacciarono di malo modo sotto la minaccia di sanzioni pecuniarie che avrebbero rovinato anche l’avvocato Agnelli. E’ buffo constatare la solerzia delle forze dell’ordine in tali frangenti, a tale proposito rammento che una volta mi capitò di essere minacciato, all’uscita di una discoteca, da un energumeno armato di un coltello simile a una sciabola da samurai, ricordo che telefonai più volte ai carabinieri  sollecitando un loro intervento senza riuscire a vederne l’ombra, eppure è sufficiente accendersi una canna o  montare una tendina canadese per vederli arrivare alla velocità della luce. Se mai mi dovessi trovare di nuovo minacciato da un delinquente armato la mia telefonata sarebbe la seguente: “Aiuto, sono minacciato da un gaglioffo armato che è appena uscito da una tendina canadese fumando uno spinello!” Allora avrei la certezza di un immediato intervento.</p>

<p>Avevamo le lacrime agli occhi nello smontare la tendina rizzata con tanta fatica, ma fu un attimo di sconforto passeggero, bastò infatti che l’amico Rolando, da tempo malato di aerofagia, dedicasse uno dei suoi caratteristici “rumori” a coloro che con tanta disinvoltura ci avevano cacciato, per farci tornare il buon umore.</p>

<p>Vorrei soffermarmi su questo “difettuccio” di Rolando che suscitava in tutti noi tanta ilarità: pare che il disturbo fosse causato dalla deglutizione involontaria di aria che provocava in lui una fastidiosa dilatazione dello stomaco, alla quale poneva rimedio emettendo delle altisonanti flatulenze. Qualunque persona con un briciolo di buona creanza cercherebbe di evitare di compiere in pubblico tali operazioni, ma non Rolando che aveva la pessima abitudine di addossare, con espressione impassibile, agli altri la paternità delle sue “arie”, causando liti fra fidanzati e stroncando sul nascere storie d’amore appena sbocciate. Questo suo viziaccio fu la causa che qualche anno dopo decretò la fine della nostra amicizia: era un pomeriggio radioso, e il maggio odoroso spingeva le giovini fanciulle a passeggiare leggiadre per le vie, camminavo sereno per la Piazza Repubblica quando mi si affiancò Rolando, a bordo di una fiammante “Golf Cabriolet”, invitandomi a salire.</p>

<p>Ci recammo nei pressi del liceo “Dettori” luogo notoriamente frequentato dalle più avvenenti ragazze cagliaritane e ivi ci fermammo; vidi Rolando armeggiare all’interno del cruscotto dell’auto, dal quale estrasse una audiocassetta che infilò nella autoradio, un “Pioneer” ultimo modello con altoparlanti da 500 watt. Il vigliacco aveva registrato uno dei suoi “venti” più poderosi sul nastro appena messo all’interno della autoradio, la quale riprodusse l’osceno rumore enormemente amplificato. Tutte le fanciulle presenti si voltarono scandalizzate guardandomi con aria schifata, mentre io cercavo di discolparmi additando con l’indice proteso della mano destra il mio ormai ex amico che mi osservava con la solita faccia impassibile.</p>

<p>Il ricordo di quel pomeriggio suscita ancora in me, nonostante siano passati tanti anni, un pesante senso di malessere.</p>

<p>Ma torniamo a noi; dopo la cacciata dal luogo in cui avevamo piazzato la tenda, si presentava il problema di trovare uno spazio dove poter passare la notte senza provocare l’intervento di iracondi tutori dell’ordine. Identificammo l’agognato posto qualche chilometro più avanti, in una graziosa pinetina il cui unico difetto era la pendenza pari al 40%. Si era ormai fatto buio e decidemmo insieme di non montare la tendina, ma di trascorrere una suggestiva notte sotto le stelle dormendo all’interno dei sacchi a pelo. Ci disponemmo in cerchio e cominciammo a discutere del più e del meno, raccontandoci a vicenda fantascientifiche avventure amorose; in realtà nessuno di noi credeva a una sola parola dei racconti degli altri, ma non avevamo il televisore e dovevamo pur fare trascorrere il tempo. Verso mezzanotte Carmelo disse: “Ora mi alzo e vado a prendere una sigaretta nello zaino!” Carmelo era l’individuo più pigro che mi fosse capitato di conoscere, caratteristica che dimostrò anche in quel frangente: ritenendo troppo faticoso aprire la lampo del sacco a pelo, si alzò in piedi e cercò di raggiungere lo zaino saltellando come in una corsa coi sacchi, ma dopo pochi balzi inciampò in una radice che spuntava a tradimento dal suolo, sbattendo il capo contro un grosso pino che era lì da parecchi secoli. Carmelo rinunciò alla sigaretta e dormì come un sasso per tutta la notte.    </p>

<p>Intanto Rolando, chiuso all’interno del sacco a pelo, dava sfogo alle sue turbe intestinali emettendo rumori che portavano alla mente il suono delle trombe del giudizio. Ricordo di aver pensato che non avrei accettato di mettere il naso in quel sacco a pelo nemmeno per tutto l’oro del mondo, poi, vinto dalla stanchezza, mi appisolai.</p>

<p>Dormimmo  tutta la notte con il sonno pesante dei giovani, senza renderci conto che, a causa della forte pendenza del terreno stavamo lentamente ma inesorabilmente scivolando verso la Statale 195. L’alba ci sorprese praticamente in mezzo alla strada, io fui il primo ad aprire gli occhi grazie alle trombe di un autocisterna dell’AGIP che ci aveva schivato miracolosamente. Subito dopo aprì gli occhi Carmelo che nel guardare il proprio corpo fasciato dal sacco a pelo urlò: “AIUTO NON HO PIÙ’ LE BRACCIA!” “Apri il sacco a pelo cretino, vedrai che le troverai la dentro!” - gridai - “ e poi alzati in fretta se non vuoi finire come quella pelle d’agnello che ha tuo nonno in salotto!” A quel punto anche Carmelo si accorse della poco felice posizione in cui ci trovavamo, e con uno scatto fulmineo abbastanza anomalo, vista la sua “bradipea” pigrizia, si mise in salvo. La discesa di Rolando era stata fermata da un cespuglio di lentischio, mentre Claudio dormiva saporitamente con il corpo sul finire del pendio e la testa sull’asfalto, il tutto sotto la supervisione di un gatto randagio che lo osservava stupito. Proprio in quell’istante si svegliò Rolando, il quale come al solito salutò il nuovo giorno con uno dei suoi poderosi “venti” che squarciò il silenzio mattutino, strappando dalla beata attività onirica l’amico Claudio, il quale impiegò parecchi minuti per rendersi conto della bizzarra posizione in cui si trovava. Allontanatici dal pericolo cercammo di organizzare la giornata: “come prima cosa, ci vuole una bella colazione” - disse Rolando massaggiandosi lo stomaco - “io suggerirei di andare al bar del vicino albergo!” “Ma non dire sciocchezze!”- sbottò Carmelo - “siamo o non siamo dei campeggiatori? Penso io alla colazione, voi andate al mare a fare un tuffo, vedrete che al vostro ritorno troverete un bel caffè fumante, penso a tutto io!” La frase “penso a tutto io” uscita dalla bocca di Carmelo, suonava come alle mie orecchie come un altisonante  campanello d’allarme, tuttavia decisi di non dare ascolto al mio quasi infallibile pessimismo.</p>

<p>Oltrepassammo la collina, ci recammo alla vicina spiaggia e ci immergemmo in quell’acqua gelida che solo chi conosce gli effetti che anno sul mare nove giorni consecutivi di Maestrale in Sardegna può capire. “Ehi Vittorio, che tu sappia è molto grande la caffettiera di Carmelo?” - disse Claudio osservando il cielo -. Guardai in alto e scorsi con terrore una gigantesca nube grigiastra che sovrastava la collina sulla quale avevamo lasciato Carmelo. Corremmo a perdifiato guidati da un terribile presentimento e, giunti nei pressi dell’improvvisato campeggio, trovammo Carmelo sul ciglio della strada che, con gli occhi sbarrati, osservava un immane rogo  partito dal suo fornellino da campeggio e propagatosi dapprima agli aghi di pino che coprivano abbondanti il suolo quindi a tutta la pineta circostante. Riuscimmo a stento a salvare la nostra roba e, scorgendo dall’altura in cui ci trovavamo diversi automezzi delle guardie forestali che accorrevano da ogni parte, decidemmo di allontanarci velocemente. Nascondemmo la nostra roba dentro una vecchia casa cantoniera e ci infilammo carponi in uno stretto cunicolo per il deflusso delle acque piovane che passava sotto la strada. Il primo a entrare fu Claudio, io riuscii per un soffio a precedere Rolando che entrò subito dopo; ultimo era il povero Carmelo, che con il naso a un palmo di distanza dal deretano di Rolando urlò:”se ti azzardi a farlo ti uccido!” Non fece in tempo a terminare la frase che venne investito da una terribile flatulenza amplificata dalle pareti del cunicolo. All’uscita vi fu fra i due una breve colluttazione, ma poi il senso di amicizia ebbe la meglio e la cosa non ebbe conseguenze.</p>

<p>Trascorremmo gran parte della mattinata nascosti in mezzo alla macchia mediterranea e solo intorno alle 14.00 trovammo il coraggio di uscire, constatando che l’incendio era stato domato. Raccogliemmo in fretta e furia le nostre cose e, allo scopo di interporre fra noi e il luogo del misfatto più strada possibile, percorremmo diversi chilometri a ritroso. identificammo un altra zona in cui fermarci nei pressi di “Forte Vacanze”, un esclusivo luogo di vacanza per nababbi dove i poveri campeggiatori come noi erano visti come Hitler avrebbe visto un negro orfano adottato da una famiglia di ebrei e, temerariamente, decidemmo di fermarci.                     </p>

<p>Il “Forte Vacanze” era un luogo da sempre avvolto nel più fitto mistero e, come tutti i luoghi inaccessibili, era circondato dalle più svariate leggende: Claudio ci raccontò che nel 1969, un lontano cugino del fratello del cognato del marito di seconde nozze di una sua prozia, era riuscito, in compagnia di tre amici “hippies”, a introdursi nel “Forte”, dove trascorse alcune ore liete prima di essere scoperto dai terribili guardiani, descritti dai pochi che hanno potuto raccontarlo come esseri giganteschi con un solo occhio posto al centro della fronte. La leggenda dice che i poveri componenti dell’ex allegro quartetto vennero sottoposti a torture indicibili e che tre di essi si trovino tuttora prigionieri all’interno, dove è stato allestito un singolare Zoo in cui i ricchi turisti possono ammirare le gabbie piene di campeggiatori abusivi. L’unico che riuscì a tornare fu proprio il lontano parente di Claudio, il quale fu ritrovato da alcuni familiari invecchiato di dieci anni, con tutti i capelli bianchi e affetto dal morbo di Parkinson, mentre parlava con gli uccelli in cima a una montagna. Quando il racconto di Claudio si soffermò su alcuni presunti episodi (anche se sporadici)  di cannibalismo avvenuti all’interno del luogo in questione, decidemmo di non dargli più ascolto, poi una caratteristica “voce dall’interno” di Rolando ci riportò alla realtà.</p>

<p>Decisi a non farci intimorire da assurde leggende, allestimmo fischiettando l’improvvisato campeggio, con tanto di servizi igienici ricavati da una vecchia lavatrice abbandonata priva dell’oblò. Scoprimmo con sgomento che la nostra tendina canadese poteva ospitare al massimo tre persone, quindi uno di noi avrebbe dovuto dormire all’esterno. La soluzione più logica ci parve quella di far pernottare all’aria aperta Rolando per ovvi motivi, ma egli si oppose energicamente, quindi decidemmo di tirare a sorte. La pagliuzza più corta toccò a Carmelo il quale, seppure a malincuore, accettò sportivamente.</p>

<p>Dopo aver fatto giurare Rolando che almeno nell’angusto ambiente della tendina avrebbe evitato di dare sfogo all’aria che premeva rabbiosa contro le pareti del suo stomaco, ci ritirammo per godere del meritato riposo. Nessuno di noi si era accorto che il racconto di Claudio aveva scosso seriamente il povero Carmelo, che al pensiero dei tremendi guardiani del “Forte”  non riusciva a chiudere occhio, e a ogni minimo rumore trasaliva chiamando la mamma. All’alba, puntuali come le scadenze delle cambiali, arrivarono le “gazzelle” dei carabinieri, sorprendendoci nel sonno. Uno dei militari svegliò, toccandolo con la punta dello stivale, il povero Carmelo che, ancora terrorizzato dai racconti della sera precedente urlò: “aiuto, ci sono i guardiani, non lasciate che mi portino nello Zoo dei campeggiatori!” “Ma cosa stai dicendo, imbecille, sei forse drogato?”- disse il carabiniere. -”Ah meno male, siete voi!” - rispose sollevato Carmelo.- Il tutore dell’ordine lo guardò con aria perplessa e, rivolgendosi a un suo collega, disse: apri quella tendina e sveglia gli altri giovanotti.- “NO ASPETTATE UN ATTIMO!” - Gridò Carmelo - ma prima che riuscisse a fermarlo, il carabiniere aprì la tendina con un gesto deciso, e Rolando, convinto che si trattasse dell’amico che aveva trascorso la notte all’esterno, gli scaricò sul viso una putrescente miscela di gas intestinali che aveva tenuto faticosamente imbrigliati per tutta la nottata. Rolando ebbe salva la vita solo grazie alla prontezza degli altri carabinieri che riuscirono a strappare la mitraglietta d’ordinanza dalle mani della furibonda vittima.</p>

<p>Alla luce di questi avvenimenti concordammo sul fatto che quel campeggio non era nato sotto una buona stella, e decidemmo di tornare a casa, ma non prima di avere trascorso un ultima giornata da leoni.</p>

<p>Il sole splendeva alto nel cielo, e solo alcuni cordoni arancioni tesi fra due pali dorati costituivano la barriera che ci separava dal mondo incantato del “Forte Vacanze”, ci guardammo in faccia per un attimo e poi ci avventurammo disinvolti nell’esclusiva spiaggia. Venimmo immediatamente riconosciuti dai guardiani, energumeni la cui descrizione fattaci dai racconti di Claudio non si allontanava troppo dalla realtà, che ci rispedirono a pedate nel mondo dei poveri. Trascorremmo le ore successive nel silenzio più totale, seduti su alcuni sassi, per poi avviarci mestamente verso i nostri ciclomotori.</p>

<p>Strada facendo vedemmo, affisso a una cabina telefonica, un manifesto che pubblicizzava una grandiosa festa danzante all’interno del “Forte”; a questo punto Claudio disse: “Sono sicuro che senza di voi, che avete l’aspetto da barboni, stasera riuscirò a entrare e a godermi la festa!” “Provaci!” - Rispondemmo quasi all’unisono sentendoci feriti nell’orgoglio. - “ Stasera vi farò vedere io” - replicò Claudio dirigendosi verso il luogo in cui aveva posato il suo zaino-. Visto il tempo che impiegò per la scelta dell’abbigliamento, deducemmo che all’interno di quello zaino doveva esserci  il contenuto di un intera boutique. Dopo qualche ora era pronto  per recarsi alla festa.</p>

<p>Abbigliamento di Claudio: maglietta retinata giallo canarino con ampia scollatura a barca; pantalone in lino attillato colore celeste chiaro, stivaletti bicolori con tacco obliquo e piccola cerniera laterale; profumo “ Paciulli” versato con generosità in ogni parte del corpo  e pettinatura con “mascagna velenosa” alta dodici centimetri, pettinatura che sarebbe stata alla moda circa sette anni più tardi. Trattenemmo a stento le risate perchè Claudio appariva molto fiero del suo aspetto e lo osservammo in religioso silenzio mentre con passo deciso si introduceva, via spiaggia, nel “Forte Vacanze”. Spinti da ovvia curiosità ci disponemmo lungo la rete di recinzione, luogo da cui riuscivamo a scorgere l’intero andamento della festa.</p>

<p>Si trattava di un ricevimento come se ne possono vedere solo nei serial del tipo di “Dallas”  o “Dinasty” , intravedevamo donne da favola con orecchini di zaffiri grandi come lampadari e gigantesche collane d’oro  sotto il cui peso si sarebbe schiantato un toro che passeggiavano con classe, fasciate in  stupendi abiti da sera. Gli uomini erano tutti elegantissimi con dei visi da “foto del barbiere”.</p>

<p>Osservavamo con la bocca aperta quello scenario irreale, quando dal lato del giardino adiacente alla spiaggia apparve Claudio che, a causa dell’abbigliamento descritto precedentemente e un portamento non proprio da nobile, si trovò immediatamente al centro dell’attenzione. Ben presto si trovò faccia a faccia con tre dei guardiani che quel pomeriggio ci avevano ricordato a pedate il rango sociale al quale appartenevamo.</p>

<p>Il povero Claudio fece un ultimo patetico tentativo per non farsi riconoscere, cercando di stravolgere i propri lineamenti sbarrando gli occhi e tirando in dentro le guance, ma purtroppo questo misero espediente non bastò a evitargli una dura punizione corporale. Venne agguantato da sei robuste braccia e trascinato all’interno di un capanno per gli attrezzi, dove fu brutalmente percosso con il manico di una zappa riportando, come avremmo constatato il giorno seguente, vaste ecchimosi generalizzate. Restammo lì a fissare con gli occhi sbarrati quei profondi solchi paralleli simili a  binari lasciati sul terreno dagli stivaletti di Claudio durante il trascinamento, ormai rassegnati al peggio.</p>

<p>Dopo circa un quarto d’ora la porta del capanno si aprì, uscì uno dei guardiani in compagnia del nostro amico, tenendogli la testa saldamente serrata fra il  braccio  destro e il petto. Claudio fu poi legato con una sagola da barca a uno dei lampioni del giardino, e per il resto della nottata fu deriso dagli invitati, punzecchiato con dei pezzi di legno da bambini curiosi e perfino usato come orinatoio dal “pechinese” di una anziana contessa che, sollevata la zampetta posteriore, macchiò irrimediabilmente i suoi tronchetti bicolori.</p>

<p>A quel punto decidemmo di andarcene, dicendo che in fondo “se l’era andata a cercare” e che dopo tutto una simile lezione non poteva che “fargli bene” e, vista l’ora tarda, ci infilammo nei nostri sacchi a pelo.</p>

<p>Claudio fu liberato all’alba e venne con aria disinvolta verso la nostra direzione, inconsapevole del fatto che avevamo seguito da lontano l’intera vicenda. “ Beh rubacuori, dicci come è andata!” - disse con una punta di sadismo Rolando - Magnificamente!” - Rispose con una impennata d’orgoglio Claudio - “ Ho conosciuto una giovane signora che si è innamorata di me a prima vista, che notte ragazzi!”  A questo punto cominciò a raccontarci una assurda storia sicuramente concepita durante le lunghe ore di  prigionia, farcita di particolari piccanti che ci fece scoprire in lui doti di incredibile immaginazione e una faccia tosta che non temeva confronti, il tutto accompagnato da ampi gesti con le mani e eloquenti movimenti delle anche. “ E bravo il nostro seduttore!” - esclamò Rolando - e così dicendo gli diede una violenta pacca sulla spalla che, a causa del dolore derivante dai colpi infertigli con il manico della zappa, provocò in lui uno straziante grido che lacerò il silenzio  mattutino. “Cosa è successo alla tua schiena?” - disse Rolando fingendosi stupito - “ Niente”  - rispose Claudio arrossendo - quella donna era una vera tigre, guardate cosa mi ha fatto!” Si girò scoprendosi le spalle e constatammo con stupore che la sua schiena appariva maculata come quella di un leopardo, grazie a un numero impressionante di lividi multicolori.</p>

<p>Nessuno di noi ebbe a questo punto il coraggio di infierire ulteriormente, quindi decidemmo, scambiandoci eloquenti occhiate, di stendere un pietoso velo sull’intera vicenda e  mantenere il silenzio, facendo intendere all’amico Claudio di avere creduto a tutte le sue panzane.</p>

<p>Ci riunimmo mestamente all’ombra di un salice piangente, albero che più di ogni altra pianta rispecchiava il nostro umore nel tirare le somme di quei difficili giorni di vacanza e decidemmo di fare ritorno a casa. Impiegammo circa due ore a inventare delle avventure convincenti  da raccontare agli amici rimasti in città ( pratica seguita dalla stragrande maggioranza dei vacanzieri ), salimmo sui nostri ciclomotori e partimmo alla volta della nostra agognata Cagliari.</p>

<p>Il cielo grigio faceva da giusta cornice al grottesco quadro delineatosi in quei pochi giorni; non cantammo le canzonette sconce che furono la colonna sonora del nostro viaggio di andata, ma impegnammo il tempo a ripassare la falsa versione sull’andamento delle vacanze che avremmo propinato a chiunque ci avesse domandato qualcosa.</p>

<p>Ricordo ancora la stupenda sensazione che provai quando, dalla Statale 195  cominciai a intravedere la città, divoravo con gli occhi le pietre miliari che mi segnalavano il ridursi della distanza e ogni sasso, ogni albero mi sembrava più bello; mi apparve stupenda anche la mefitica spiaggia di “ Giorgino”, un orribile luogo simile alle zone balneari romagnole, con sabbia nera e acqua ricoperta da una schiumetta giallastra, spiaggia in cui si era perso il ricordo dell’ultimo bagnante.</p>

<p>Feci così ritorno alla mia casetta di 60 metri quadrati che mi parve  per qualche giorno come una reggia, baciai tutte le pareti, i mobili, il mio cane Ugo e infine i miei genitori ai quali propinai una falsa versione sull’andamento del campeggio, che differiva da quella concordata per la sola assenza di alcuni particolari piccanti che avevamo deciso di inserire all’ultimo momento.</p>

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<p>Questa esperienza mi portò a riflettere per la prima volta sull’annoso problema delle vacanze e mi dissi: Cagliari ha una stupenda spiaggia bianca lunga sei chilometri, dalla quale la mia abitazione ne dista appena quattro; perchè dovrei essere così imbecille da cercare posti lontani in cui i vacanzieri sono divisi in caste sociali, quando ho tutto quello che cerco a portata di mano?</p>

<p>Non trovai opposizioni a quello che dicevo ( anche perchè stavo parlando da solo), quindi approvai all’unanimità quella che sarebbe stata la mia linea di condotta nei confronti delle vacanze.</p>

<p>Nei quattro anni successivi trascorsi altrettanti stupendi mesi di agosto nella mia città; la mia giornata era articolata nel seguente modo: sveglia alle ore dieci, colazione preparata da mamma e mattinata al mare, pranzo alle tredici e trenta  (sempre preparato da mamma), abbandono della tavola senza toccare uno spillo e pennichella pomeridiana, pomeriggio di nuovo al mare, rientro alle ore diciannove, doccia e serata da trascorrere in una stupenda Cagliari semideserta, silenziosa, leggendo negli occhi dei pochi passanti che mi capitava di incrociare, una sorta di complicità nel godere di tanta abbondanza approfittando dell’assenza degli spaccapalle lontani, impegnati a lottare per la vita in orribili luoghi gremiti di gente.</p>

<p>Eppure ci ricascai, nell’agosto del 1982…</p>

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<category>Vittorio Frau</category>
<pubDate>Fri, 23 Jun 2006 08:12:27 +0100</pubDate>
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<title>Il posto speciale</title>
<description><![CDATA[<p>Ecco sono quasi arrivato! Ma devo sbrigarmi, si sta facendo buio, tra poco sarà ora di tornare.<br />
Sono stato ammalato per giorni, la febbre alta mi ha fiaccato e ancora mi stanco facilmente, forse per questo ci ho messo tanto a trovarlo …<br />
Eppure dovevo venire, … era importante, dovevo.<br />
Questo posto mi parla, mi chiama, non posso fare a meno di tornarci, è… il mio posto speciale.<br />
Se ripenso alla prima volta che l’ho visto mi sento strano, … Diverso.<br />
Ritorno a com’ero allora e provo una sensazione curiosa … I pensieri scomparsi, nessuna parola nella mia testa, solo immagini, impressioni.<br />
E se torno ancora più indietro …<br />
Silenzio, Oscurità, Calore che mi sfiorano avvolgendomi.<br />
Finché si contraggono ed esplodono, tramutandosi in freddo che avvolge, luce che ferisce, rumore che lacera.<br />
A poco a poco tutto si placa e il calore ritorna, assieme a qualcosa di nuovo: la presenza di Lei, amore e nutrimento.<br />
Il suo conforto fatto di comunione e calda vibrazione fuso assieme a quello dei miei simili, che scopro muovendomi, talmente parte di me da non saper distinguere il confine tra noi.<br />
E poi … attimi su attimi, brevi e infiniti, legati assieme da percezioni sempre più acute. La forza sempre maggiore delle membra.<br />
Gli odori, che illuminano e colorano ogni cosa, restituendola svelata a corpo e mente.<br />
L’eccitazione della caccia, alchimia che mescola odori e forza in un’emozione nuova ma conosciuta da sempre, come se attraverso il sangue versato ogni volta io ridiventi consapevole di quello che mi scorre nelle vene.<br />
Il sole, il suo caldo torpore che nutre e avvolge e la notte, il suo respiro oscuro ma vivo, che acuisce i sensi.<br />
Istanti assoluti che si succedono all’infinito e vivere è tuffarsi nel loro scorrere, il battito del cuore perso nel frusciare del vento.<br />
Infine … una mattina d’estate in una radura spoglia e assolata, pochi cespugli sparsi, il calore incandescente che sale tremulo dal terreno e si intreccia alla corrente sensuale che fluisce tra me e la mia compagna, accompagnandoci in una danza antica come la vita che ne celebra il rinnovarsi.<br />
Poi la percezione del branco, l’odore aspro che associo ai nemici.<br />
Conflitto, Lotta e Sangue, finché il tempo rallenta e il dolore scompare e mentre cado in un istante interminabile il cielo cattura il mio sguardo e riflette, ora e per sempre, l’immagine di me disteso nella radura.<br />
Ed è ancora Silenzio, Oscurità, Calore.<br />
Tutto di nuovo, sempre uguale eppure diverso: ma per qualche motivo porto con me l’immagine catturata in quell’istante, quel luogo, pure così insignificante, che mi ha visto per la prima volta tuffarmi nell’oblio e riemergerne ancora, e ancora. E sempre.<br />
Così non appena le zampe reggono il mio peso torno a quel posto … Il mio posto speciale.<br />
So che non è mai molto distante: a volte solo poche decine di passi per fiutarlo e ritrovarlo.<br />
Non mi è accaduto più niente lì: le altre volte la fine è arrivata altrove, ancora lottando, o per un incidente o semplicemente per via del tempo che scorre e trascina tutto con se, lasciandomi solo il desiderio di addormentarmi.<br />
Ma spesso succede che io mi risvegli confuso e, stranamente, è il ricordo di quella radura che mi guida e mi rende ancora consapevole di me.<br />
Per questo poi ci torno sempre, è come un rito per riappropriarmi di quel mio esistere reale eppure rarefatto e sospeso come un sogno che tutto avvolge e poi si ritira come un onda.<br />
Ogni ritorno porta con sé qualcosa: ricordi, attimi sensazioni che si mescolano nel mio essere e ogni volta mi fanno scorgere qualcosa di nuovo, fuori e dentro di me.<br />
L’ultima volta ho incontrato qualcuno speciale, proprio speciale.<br />
Di solito mi tengo alla larga da quelli come lei: quando sento, anche a distanza il loro odore mi allontano subito. Sapete, sono la razza più feroce e pericolosa di tutte.<br />
E anche se presso di loro si trova il cibo migliore, e molti miei simili girano loro intorno per questo, secondo me non vale la pena rischiare.<br />
Ma lei era diversa: mi ha trovato sfinito e malato, ha vinto la mia ritrosia, mi ha curato e sfamato con la stessa cura e affetto che aveva Lei, quando ero piccolo e indifeso.<br />
E poi non sembra nemmeno fare parte della loro razza: quando la incontrano i suoi simili si scansano impauriti, oppure le sputano addosso o tirano pietre. Questo me la rende meno estranea e più affine.<br />
Comprendo che la temono perché la credono malvagia. Non capisco proprio perché!<br />
Passa il tempo raccogliendo erbe che pesta nel mortaio e cuoce a lungo ottenendo pozioni e decotti. Li usa per curare gli animali e anche i suoi simili, quando vengono a chiedere il suo aiuto.<br />
E vengono sempre, ci potete scommettere, magari proprio quelli che poco tempo prima l’hanno scacciata a sassate.<br />
Lei non rifiuta a nessuno il suo aiuto, soltanto a quelli che ogni tanto le chiedono di fare cose che lei non approva. Quelli si, li scaccia in malo modo e li minaccia anche.<br />
Dopo si rattrista e dice cose che non capisco, ad esempio che lo spirito dell’uomo è ancora bambino e deve imparare tanto prima di essere degno del mondo che ha ereditato.<br />
Spesso la sera, accanto al camino, osserviamo le lingue di fuoco comporre la loro danza.<br />
Anche allora mi parla a lungo, non comprendo le sue parole ma esse mi cullano e mi accompagnano.<br />
Mi prende in grembo, mi accarezza e dice cose strane, come questa: ― Micio, micio bello, lascia che io guardi attraverso i tuoi occhi e farò in modo che quando verrà il tempo tu veda cose mai immaginate e meravigliose, vedrai! ―<br />
Io allora lascio che il suo essere scivoli attraverso di me e si mescoli con la mia carne e le mie ossa e viaggiamo insieme, attraverso cieli e mari e foreste.<br />
Si, mi piaceva portarla nei luoghi dove mi reco durante il sonno, attorno a noi i sussurri del regno invisibile che senza di me lei non potrebbe scorgere.<br />
Quando arriva il momento e mi sento ancora una volta scivolare via, lei è con me e fissando i suoi occhi sento che qualcosa è cambiato, cambiato per sempre. Poi…<br />
Silenzio, Oscurità, Calore<br />
Ma stavolta il ritorno è diverso … immagini e parole ora esplodono nella mia mente.<br />
Essa si fa vasta ed immensa, più ampia del cielo, tutti i ricordi si fondono in uno e si fa strada in me la consapevolezza del mio essere vivo, presente, come mai prima.<br />
Ma sono anche stranamente debole e indifeso. Cosa mi succede? Non ho più forze, dall’esterno non arriva più nessuna sensazione.<br />
Sono prigioniero del mio stesso corpo ed ogni progresso è una difficile conquista.<br />
E devo abituarmi al lavorio continuo dei miei pensieri, talmente numerosi e complessi che la mia testa sembra scoppiare e non può più contenere tutto.<br />
Infatti, pian piano comincio a dimenticare, tutto si confonde e non so più chi sono. Intravedo nei recessi dei miei ricordi la mia radura e so che devo tornarci, ancora una volta.<br />
Ed eccolo, finalmente!, il mio posto speciale.<br />
Stavolta ho impiegato anni per arrivarci, anche se si trovava appena dietro casa: ma solo ora sono abbastanza grande, la mamma non mi avrebbe lasciato andare prima.<br />
Soltanto …Adesso che ci sono non so più perché era tanto importante trovarlo … Credo che tornerò a casa e non ci penserò più.<br />
Già, a volte ho dei pensieri così strani. Forse non dovrei pensare tanto e comportarmi come tutti gli altri ragazzi, i miei fratelli me lo dicono sempre.<br />
Sapete, abitiamo in una fattoria e tra tutti gli animali che abbiamo io prediligo i gatti. Passo molto tempo con loro e li accudisco in ogni modo. Loro dicono che è una stranezza e che, a parte cacciare i topi, sono bestiole inutili.<br />
Forse hanno ragione … O forse no.</p>]]></description>
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<category>Daniela Panunzi</category>
<pubDate>Fri, 26 May 2006 10:38:36 +0100</pubDate>
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<title>L&apos;appartenenza</title>
<description><![CDATA[<p>Tra il 1997 e il 1999 la penna ha deciso di viaggiare, un po’ per conto suo e un po’ chiedendomi di seguirla, nelle strette vie della realtà quotidiana abbandonandosi, di tanto in tanto, al contatto con l’immaginario. <br />
Il periodo non è stato caratterizzato da niente di particolarmente eccezionale, né è stato tanto diverso dai precedenti; ma la fortuna ha voluto che si incontrassero mie sensazioni con altre sensazioni simili, descritte da mio padre. Si sono incrociate così parole che difficilmente arrivano dirette in un rapporto di famiglia, seppure amicale. E mi piace pensare ad un filo che corre attraversando questo secolo, solcandolo nei sentimenti con date di nascita diverse, solo per caso.</p>

<p>Sopra i fogli sparsi sulla scrivania della stanza di casa del monte sacro dentro Roma, oramai a pochi giorni dal prossimo millennio nasce questo incontro di pensieri e immagini. L’incontro è la navigazione di aspirazioni, desideri e conflitti lungo fiumi interiori; è un affacciarsi timido di qualche maschera in uno spazio, in bilico, tra il giusto e l’ingiusto.</p>]]></description>
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<category>Marco Nardovino</category>
<pubDate>Wed, 06 Apr 2005 11:55:26 +0100</pubDate>
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<item>
<title>Caffè di notte- esterno, 1888</title>
<description><![CDATA[<p><strong>(a Vincent)</strong><br />
<img src="http://www.liberilibri.com/img/esterno_small.jpg"></p>

<p>Sbocciano fiori dal cuore d'oro<br />
nella crosta blu-notte del cielo, stasera,<br />
ed il caffè in una luce di croco.</p>

<p>La balconata alla ringhiera respira<br />
bianchi petali di stelle.</p>

<p>I tavoli sono quasi deserti,<br />
poche anime ancora per strada</p>

<p> </p>

<p><br />
(20-09-2002)</p>]]></description>
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<category>Alessio Vailati</category>
<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 13:00:24 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>Inverno</title>
<description><![CDATA[<p>Spira un vento artico<br />
stasera sui tetti fumanti<br />
delle case e sulla luna.</p>

<p>Le porgo un mantello<br />
caldo di lana.</p>

<p>C qualcosa<br />
di strano nellaria stasera,<br />
come un brivido<br />
di brina.</p>

<p>(19-01-2000)</p>]]></description>
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<category>Alessio Vailati</category>
<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 12:59:54 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>A &quot;Le scimmie&quot;</title>
<description><![CDATA[<p>Mi hai detto soltanto<br />
che domani parti.<br />
Eccomi stasera coi miei dubbi<br />
e le promesse che mai facesti,<br />
n farai, ahim, suppongo.</p>

<p>Al tavolo sei pi bella<br />
di quanto gi sapessi.<br />
che ci facciamo qui, noi,<br />
se io t'amo e tu no?<br />
Ti porgo dubbioso una rosa.</p>

<p>Per strada, al ritorno,<br />
una rosa ci divide.</p>

<p><br />
(12-06-2002)</p>]]></description>
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<category>Alessio Vailati</category>
<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 12:59:06 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>Incontri</title>
<description><![CDATA[<p>Si incontrano davanti ad un angolo come mille altri, lui e lei, in una giornata di pioggia, senza guardarsi bene, senza parlarsi n sfiorarsi, bagnati nonostante gli ombrelli. E da allora ogni volta che passano di l, quasi ogni giorno, si incrociano di nuovo: sempre loro, sempre distanti.<br />
Lui inizia a notarla mentre passano le settimane e finiscono l'inverno il freddo la pioggia, poi inizia la primavera, passa il tempo e arriva l'estate ma mai si guardano negli occhi o si rivolgono la parola nemmeno Ciao, chi sei? nemmeno un sorriso.<br />
In quei giorni caldi di sole forse pensa a lei, fantastica, si chiede chi sia, come sia la sua vita, perch passi di l e se anche lei possa essere curiosa e inizia a aspettare il prossimo incontro senza sapere bene se desiderarlo o temerlo. Quegli incontri scandiscono il suo tempo e segnano le sue giornate, un ritmo che segue oscuramente settimana dopo settimana in un'afosa estate milanese<br />
Termina l'estate, inizia l'autunno e senza preavviso tutto ha fine: lei smette di passare a quell'angolo. Forse ha cambiato strada o forse abitudini, lui probabilmente non lo sapr mai ma sentir in qualche modo un altro vuoto, qualcosa che se n' andato o  rimasto incompiuto.<br />
Non si rivedranno mai pi</p>]]></description>
<link>http://www.liberilibri.com/cassetto/incontri.html</link>
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<category></category>
<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 12:57:31 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>Haiku</title>
<description><![CDATA[<p>Haiku</p>

<p>Penetra il cuore,<br />
tra le barche oscillanti -<br />
Luna d'Autunno.<br />
<hr><br />
Tra un'ora mi sveglio ,<br />
misuro l'Universo<br />
e gli do forma .<br />
<hr><br />
Dietro lo scoglio <br />
bagliori di lucciola :<br />
riaffiora un viso.</p>]]></description>
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<category>Carlo Bramanti</category>
<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 12:55:42 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>Preghiera</title>
<description><![CDATA[<p>Indicaci la via che fugge il torto,<br />
ma con rispetto, se mai avesse il Bene<br />
il suo equo debito verso il Male:<br />
senza, i Giusti, di che si glorierebbero?<br />
Ricordaci quanto siamo precari<br />
Col cuore, dove nasce la preghiera<br />
E cresce ogni opera che non rincresca.<br />
Concedici in premio la Tua esistenza.<br />
Perdona questa fede che marzeggia<br />
a eterna promessa di primavera<br />
eterna: ruota del mondo ci torce.<br />
Non siano solo i nugoli fluttuanti,<br />
ma le sostanze quali tu ci desti<br />
sia infere che terrene e superne.</p>]]></description>
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<category>Davide Riccio</category>
<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 12:54:26 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>Mattinata</title>
<description><![CDATA[<p>Dove schiumando esce l' espresso<br />
La moca senza pi il manico<br />
A me sembra una Venere di Milo</p>

<p>Tu stessa la Dea<br />
Emergi ora<br />
Dalle ondulate coltri</p>

<p> </p>

<p><br />
<strong>Commento dell' autore</strong>.<br />
La mattinata era un componimento poetico amoroso, normalmente con accompagnamento musicale (qui accompagna invece un caff portatole a letto), con cui si risvegliava al mattino la donna amata.</p>]]></description>
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<category>Davide Riccio</category>
<pubDate>Mon, 06 Dec 2004 12:57:32 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>Pattini in linea</title>
<description><![CDATA[<p>A muovermi e frenare, a pattinare<br />
in equilibrio dinamico imparo;<br />
semmai annaspare e ridere o cadere.</p>

<p>La risultante di forze applicate<br />
e il momento rispetto ad ogni punto<br />
risultante si annullano, si equilibrano.</p>

<p>Si annulla ed equilibra in ciascun istante<br />
quel che conquisto, poi che di vivere<br />
ho sempre meno il tempo; ma vi spero</p>

<p>che infine tutto e questo anche concorrano<br />
a rendere migliore la mia essenza.</p>]]></description>
<link>http://www.liberilibri.com/cassetto/davide_riccio/pattini_in_line.html</link>
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<category>Davide Riccio</category>
<pubDate>Mon, 06 Dec 2004 12:56:57 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>La radiosveglia</title>
<description><![CDATA[<p>Il display digitale è verde acqua.<br />
Non ricerco stazioni preferite:<br />
la sera dianzi giro il pomello<br />
con la radio spenta, senza guardare<br />
la scala numerica, il sintogramma.</p>

<p>A volte mi svegliano gli intervalli<br />
di frequenze rimasti vuoti, puri<br />
radiodisturbi e le perturbazioni<br />
sulla ricezione di pace cosmica.</p>

<p>Lo strisciante fruscio ha qualcosa<br />
del fiume, ed il crepitio elettrico<br />
mi mette quasi una certa allegria<br />
di avvenuta ricarica voltaica:<br />
tensioni, correnti, capacità.</p>]]></description>
<link>http://www.liberilibri.com/cassetto/davide_riccio/la_radiosveglia.html</link>
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<category>Davide Riccio</category>
<pubDate>Mon, 06 Dec 2004 12:55:37 +0100</pubDate>
</item>
<item>
<title>Cestina di frutta</title>
<description><![CDATA[<p>Sono tornata da Rio de Janeiro. Era la prima volta che ero mai stata li`. Ci sono molti bars che vendono sucos de frutta in Rio; quello di fronte al albergo vende dicianove sucos diversi. <br />
Ho deciso di provare ognuno in torno mentre sploravo la citta'.<br />
Ecco il risulto, una cartolina per voi nella forma di una cestina di frutta. Mi dispiace per la macedonia di portugues, english e italiano. </p>

<p>Miranda vi porta i frutti di rio</p>

<p>ABACAXI` = ANANAS</p>

<p>Ho bevuto diritto un suco di ananas al bar. Non sapeva per nulla come il suco di ananas che bevo in Inghlaterra; era quasi bianca, molto leggera e dolce, con ciocche di polpa e una schiuma bianca come spuma di mare. Dalla chiesa giu` la strada si cantavano inni alla madre dei mari. Ragazzi abbronazati pantalonciniti con surfing-tavole attraversavano la strada. Li ho seguito alla spiaggia bianca dove la schiuma era cremosa. Le onde si rompevano sopra miei piedi come champagne. </p>

<p>Rio e' costriuta attorno a una baia naturale. Nel lato sud di Rio nessuno risiede piu` di un paio di blocchi lontano dalla spiaggia. <br />
Si usa la spiaggia come un salotto, la gente ci va per sedere, leggere, parlare, rilassare, giocare a calcio. Immaginate vivere in costume di bagno. I Carioca (il nome per gli abitanti di Rio) sono un popolo spensierato, informale, vivendo per il momento. La vita e' una spiaggia.</p>

<p>ACEROLA</p>

<p>Non c'e` una parola per acerola in italiano o inglese. E' un frutto di che non avevo mai sentito. Alcune cose in Rio non hanno nessuna equivalente europea. </p>

<p>Ho bevuto acerola da una coppa plastica con copertura argenta in una rua polverosa vicino al centrocitta', dopo avermi persa tante volte in strade laterale e girazioni sbagliati. Ogni volta che ho chiesto direzioni, se la persona non sapeva ha caminato con me finche trovare qualcuno chi sapeva e parlava inglese. Non solo, hanno tutti parlato con me siccome fosse un giorno particolarmente buono e fosse un piacere incontrarme. Come se fossero a una festa abbastanza bella e stavo chiedendo dove si trovevano i bevuti, e potrei prendere qualcosa anche per loro?</p>

<p>Sono accomodata all'equazione che piu` grande e' una citta', meno accogliente e' a stranieri e piu` i cittadini rispettano i spazi privati di altri. Sono di Londra, conosco New York. Trovare una citta' enorma tanta aperta e amichevole mi ha dato una sensazione per cui non c'e` un nome in italiano o inglese, e' dolce, intenso e di colore arancia, chiamiamolo acerola.</p>

<p>Rio de Janeiro, gosto de voce<br />
Gosto de quem gosta<br />
Desse ceu, desse mar, dessa gente feliz. - Ary Barroso</p>

<p>Rio de Janeiro, mi piaci<br />
Mi piace lui a chi piace<br />
Questo cielo, questa mare, questa gente felice.</p>

<p>AC,AI</p>

<p>Ho bevuto ac,ai a un piccolo bar acanto di un kiosko di giornali. La bevanda era la consistencia di fango, un bordeaux-fangoso di colore. <br />
C'erano semi che fluttavono dentro. Quando l'ho bevuto ho assaporato canela nel mio naso.</p>

<p>Al kiosko:<br />
BOMBA SCOVATA ALLO STADIO DI MARACANA MINUTI PRIMA DELLA PARTITA<br />
BATTAGLIA CON ARME DI FUOCO TRA POLIZIA E CRIMINALI IN RIO SOTTOSTRADA <br />
CASE DISTRUTTE IN FANGO-FRANA IN ROCINHA<br />
Un taxista mi aveva individuato Rocinha, in una mistura curiosa di orgoglio e disgusto, come "la citta' di tuguri piu` grande del mondo".</p>

<p>Al bordo del lungomare c'era un mucchio fangoso di paglia e stracci. <br />
Mentre passavo, si e' mosso. In sobbalzi. Qualcosa era sotto. Arti scuri con macchie rossastre come semi di acai. Ancora una tiratina.<br />
Era un uomo senza casa, non potevo vedere sua faccia. Sentivo paura, senza capire perche'. </p>

<p>Ac,ai e' un'altra parola senza equivalente in italiano o inglese.</p>

<p>Eu nao tenho de morar<br />
E por isso moro na areia - Dorival Caymmi</p>

<p>Non ho un posto dove abitare<br />
E quindi abito sulla sabbia</p>

<p>AMEIXA = PRUGNA</p>

<p>La parada carnivalesca a Rio succede nel Sambadromo, uno stadio costruito apposto di Oscar Neimeyer. Un autobus che ho preso a Rio ha passato al suo lato, di notte. Il cielo era malvo-nero. Il concreto del Sambadromo era illuminato e per un instante ho intravisto dentro una processione, qualcosa che ballava come un drago cinese, una donna che indossava una gonna campanellaforma colore di prugna e grande con un albero, una ruota luna-park, e poi scurita' ancora mentre passava l'autobus.</p>

<p>Mi sono voltata al mio padre al prossimo sedile e ho chiesto, "l'hai visto anche tu o l'ho immaginato?" "Ho visto.. una parada, qualcosa come un enorme circolo, qualcosa malvo", ha detto.</p>

<p>Come, my mulatta<br />
Take me back!<br />
You're the joker in my pack<br />
Plum in my pudding<br />
Pepper in my pie<br />
My packet of peanuts<br />
The moon in my sky.<br />
- Samba anonima per carnivale, tradotta di Elizabeth Bishop</p>

<p>Vieni, mia mulatta,<br />
Riprendimi!<br />
Tu sei il jolly nel mio mazzo<br />
Prugna nel mio dolce<br />
Pepe nella mia crosta<br />
Mio pacchetto di arachide<br />
La luna nel mio cielo.</p>

<p>BANANA</p>

<p>Rio ha banane. Palme da banana, rigogliose e scarmigliate. In gergo inglese, "bananas" significa pazza. </p>

<p>Le banane quale ho mangiato a Rio erano piu` piccoli di quelli Caraibici che si vende in Europa, e avevano un sapore delicato. Ho assaggiato pane di banana in Avenida Presidente Vargas. Su` in alto nel albero sopra di me c'erano drappeggiate lanternine colorate. Un nastro plastico bananacolore era legato attorno del tronco in un fiocco. Di un'altra parte lungo la strada un costume carnavalesta era lasciato con noncuranza su un muro. Aveva spalle pontade e argentati e rosantati come epauletta. Musicisti carnavalleschi e vigili urbani sono quasi le uniche persone in Rio chi si vestano in giacche. Ho passato parecchie vigili urbani. Si vestavano in abiti verdi e gialli con una spighetta attraverso la spalla. Erano tutte belle mulatte, 17 o 18 anni di eta'.</p>

<p>Bananas are my business - Carmen Miranda</p>

<p>COCO = NOCE DI COCCO</p>

<p>Di notte sembra da lontano che i kioski da spiaggia hanno palloni da plastica a lato appesi in reti. Vieni piu` vicino e vedrai che sono noci di cocco. Il kioskista taglia un buco cruciforma in cima con un machete, con pericolo apparente alle dita', tale che posso succhiare la latte con una cannuccia. Le onde si frangono sulla spiaggia regolarie come una borda di pizzo. Latte di cocco e' rinfrescante e non troppo dolce, similare a suco di li chee. Il ragazzo al prossimo tavolo ha' due orecchini di oro nel orecchio destro. Sua namorada gli sta faccendo trecchie. A parte delle trecchie Raste rassembla un po' a Roma'rio, chi aveva scampado i quartieri bassi di Rio perche' gioca calcio com talento supernaturale.</p>

<p>Sulla spiaggia riflettorada giocano ragazzini, con bocca de gol designado nella sabbia. Un calcio manda il pallone alto nel cielo, e mentre scende sembra restare momentariamente tra le corne della luna, bianca come speranza o latte di cocco.</p>

<p>GOIABA </p>

<p>Botafogo v. Fluminense, due squadri locali. Botafogo: righe bianchenere. Fluminense: tre colori, quello prominente un rosso polveroso, come suco de goiaba. Stadio Maracana~, capacitade duecentomila.<br />
Stadio Maracana~, benedetto di Dio, illuminato di General Electric.<br />
Paolo Roberto, il Fluminense numerodue ipnoticamente grazioso, encanta il pallone eludendo quttro zebre simultanemente per portarlo alla bocca do goal, ma io sto guardando al pubblico, che balla con aquiloni, bandieiri, palloncini, fuochi di artificio, klaxon, tamburi, chi grida e canta Botafogo fogo fogo! Ole' Ola'! e' un ballo, e' una festa, e' religione. </p>

<p>A Liverpool, notoriamente, il calcio non e' una questione di vita e morte, e' piu` serio di quello, e lo stesso e' vero di Rio: ma a Liverpool e' perche' calcio e' disperatamente, ferocemente importante, mentre a Rio e' perche' vita e morte non sono da prendere sul serio, sono solo sincopazioni della Samba.</p>

<p>Batterie da Samba sono la caricabatterie di Rio. Battono dappertutto, costantemente, generando energi'a per la citta'. A Maracana~ battono fortissimo. I reservi scaldandosi fanno un passo da Samba.<br />
Fluuuuuuuuminense! Fogo, fogo!<br />
GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOL!</p>

<p>La partita finisce 1-1. Vince Rio. I bandieri colore-di-goiaba si ripiegano e i tifosi si riversano fuori, sempre tamburando.</p>

<p>In "Macunai'ma" di Mario de Andrade, tre fratelli si infastidiono colla lanciatura uno all'altro di due insetti e un pallone creati magicamente apposto;</p>

<p>Era cosi' che Maanape ha creato il parassite di cafe', Jigue il parassite di cotone, e Macunai'ma il pallone di calcio; tre dei maggiori pesti nel paesi oggi.</p>

<p>LARANJA = ARANCIA</p>

<p>All'albergo Cesa Park, di chi a Feijosada e' famosa, mi dicevano che il segreto di una buona feijoada e' l'arancia. Ecco loro ricetta.</p>

<p>Feijoada Cesar Park (per 20)<br />
2kg fagioli neri<br />
1kg manzo seccato<br />
500g porco salado<br />
500g becon<br />
500g salsiccia fumata<br />
6 pezzi salsiccia seccata<br />
1 pezzo lingua di mucca fumata<br />
2 di ognuno di: orecchio, coda e pede di maiale.<br />
Metodo:<br />
Mettete fagioli e carni saladi in bols diversi e copriteli con acqua.<br />
Lasciate per 24 ore, cambiando l'acqua ogni 6 ore.<br />
Mettete tutti gli ingredienti in una pentola e coprite con acqua. <br />
Aggiungete una meta-arancia, 3 foglie d'alloro, 1 cipolla tagliata, e pepe.<br />
Cucinate tutto a temperatura bassa e gradualmente togliate i carni quando diventano cotti, per prevenirli mogliarsi. Se c'e` bisogna di aggiungere acqua, sempre usate acqua bollente.<br />
In una diversa pentola, scaldate 2 cucchiaiate oglio di soya e friggiate 6 pezzi di aglio e 2 cipolle tagliate. Versatelo nei fagioli e mescolate<br />
bene. <br />
Seperate una poriconino di fagioli e tritatelo con un cucchiaio da lengno per spessare la salsa.<br />
Servite con: riso bianco, farina fritta di manioca, cavolo verde cotto in richine e fritte in oglio e aglio, arancie, e pepi speziosi.</p>

<p>No, diceva mio amico brasileiro Andre', il secreto di una boa Feijoada e' che deve avere due orecchie di mailale _una destra e una sinistra_. Usano ogni parte del maiale eceto lo strillo, diceva mio padre. Il complesso ha iniciado un pezzo che usa la cui'ca, uno strumento carnavalesco altaintonata, rima com squeaker, squillatore. Allora e' per quello che si usa lo strillo.</p>

<p>Feijoada e' il piatto nazionale di Brasile. Ogni volta che finisco di  mangiare una Feijoada sento una enorme benevolenza, sento felice e generosa e svogliata. Sara' che la ragione perche' i Brasileiri sono tanti simpatici sia semplicemente la Feijoada? Sento anche la voglia di dormire due ore e non mangiare _niente ma niente_ per due giorni.</p>

<p>Brasile e' un paese quale non crede che si puo' avere troppo di una cosa buona. Ti piacciono fiumi? Prenda l'Amazona. Calcio? Maracna~. Una cosina da mangiare? Una Feijoada. Tamburamento? Trecenti tamburisti in un bloco de Carnivale che suonano per giorni.</p>

<p>Questa generosita' e` disconcertante a me con la mia educazione inglese. Forse moderazione non e' in se stessa virtuosa. Forse eccesso dopotutto non corrompe o sazia. Io non saprei, sono troppo inglese per mai permettermi scoprire.<br />
(Miranda fa un grande occhiolino e va a ballare la Samba fino all'alba.)</p>

<p>LIMA~O = LIMETTA</p>

<p>Bevo mio suco di limetta in una Caipirinha. I cubetti di ghiaccio sono trasparenti, solo loro spigoli curvati visibili nella bicchiere.</p>

<p>Caipirinha (ricetta presa dall'Internet)<br />
1 limetta<br />
porcione generosa di cahac,a (rhum brazileira)<br />
zucchero a piacere<br />
cubetti di ghiaccio<br />
Lavate a limetta e rotolatela sulla tavola per liberare i suchi.<br />
Tagliate la limetta in pezzi e metteteli in una bicchiere. Cospargiate con zucchero e schiacciate i pezzi (polpa insu`) con un pestello. Aggiungete la cachac,a e mescolate. Agiungete il ghiaccio e rimescolate. E' delicioso e potente!</p>

<p>Prendo il cavocarro su` alla cima del pane-di-zucchero, l'isola gobba nella baia di Rio. Dal sommito del pane-di-zucchero la citta` stende esposita in curve di aria. Colline, discese, alturi, laghi, viuzze, spiaggie, cavalcavie delecate; isole che rassemblano a nuovle e nuovle come isole; uma scultura di superficie curvilinearli interscandosi attorno spazio vuoto. Traccio onde sulla ripa di mare con punti di dita. Le forme collineare sono spalle, ginocchie, osse di guancia. Creste muscolari. Il dorso di un naso. Il giro di un collo. Il contorno di una coscia. La curva di una limetta schacciata, suo suco acuto e dolce sulla mia lingua.</p>

<p>MAC,A = MELA</p>

<p>Mac,a significa mela; mac,a de rostro - letteralmente, mela della faccia - significa osse di guancia. Il tipo delecato nell'angolo del bal dove sto bevendo melasuco ha osse di guancia eccezzionali, come tagli di mela. Deve avere qualche sangue indio, penso. Non ci sono due faccie in questo bar della stessa tinta: tutti trane me sono una mescolanza nera-bianca-india.</p>

<p>Siamo in centrocitta' in una strada occupata. Di fronte c'e` una mostrina di una copia del decreto abolindo la schiavitu' in Brasile. E' un mauscritto illuminato, ornamentato con riccioli gioiosi in inchiostro colorato, giallo da mela, verde da mela, rosso da mela.</p>

<p>E` tempo de Barra de Ouro<br />
Barra de Rio sim sinho^,<br />
E tempo de Barra de Sala<br />
Uniao de tres racas por amor. <br />
- Canzone carnavalesca da Barra, subborgo di Rio</p>

<p>L'alta mulatta che balla al jukebox nella sucaria ha il naso e capelli dei suoi antenati bianchi, gli occhi e sedere dei suoi antenati neri, pelle di oro scuro e un'insolenza felina tutta sua. Lei, e', stupenda. Vedo che il tipo nell'angolo pensa uguale.</p>

<p>MAMA~O = PAPAIA</p>

<p>Voglio raccontarvi della prima colazione brasileira. Si inizia con taglie di papaia. Papaia e' dolce come la piu` dolce arancia, succosa come la piu` succosa pera, e saporita come la piu` saporita mela. Rassembla un melone con polpa arancia e semi blu`. La polpa ha proprieta` medicinali: si l'usa in qualche operazioni cardiologi. Fa buono al mio cuore mangiarla.</p>

<p>Dopo la papaia si mangia un panino con formaggio morbido. Zucche fritte o banane fritte. Poi torta, torta si`, leggera e insaporita di cocco, fatta di farina manioca. Suco di arancia, frutto della passione, o anacardio per bere, e caffe` naturalmente. Venditori ambumanti vendono e mangioano questa prima colazione per strada.</p>

<p>Sotto miei piedi ci sono flamboyants. Il nome significa sgargianti, sono fiori cremisi, piu` grandi della mia mano, con stami giallaranci e quattro pettali ricci. Sono caduti dal albero sopra mia testa. La donna che pulisce mio piatto da prima colazione sta cantando "mio cuore e` pieno di alegria".</p>

<p>Cidade maravilhosa, cheia de pessoas mil<br />
Cidade maravilhosa, corac,a~o do meu Brasil - Canzone di carnavale a Rio</p>

<p>Citta` meravigliosa, piena di mille persone<br />
Citta` meravigliosa, cuore del mio Brasile</p>

<p>MANGA = MANGO</p>

<p>Fuori del giardino botanico un'uomo e` disteso dorso sulla maricapiede con le gambe appogiate su un tronco di albero e uno piede marrone che fa onde noncuranti nell'aria.</p>

<p>Gli alberi di mango dentro il giardiono sono nodosi e sggi, ornati di rampicanti e orchidee. In questa clima il compito maggiore di un giardineiro sara` di impedire plante di crescere. Trigono-estimo un albero jaqueiro: quattordici volte mia altezza. Bambu` giganti scricchiolano sopra di me. Ho una leggera mal di testa. L'aria e' tremolante-surreale col caldo e mi chiedo se di fatto il giordino sia di dimensioni inglesi ma io sia restritta. Enormi farfalle colore mango si aterrano su un albero di cui i fiori sono pompon florescenti aranci per costumi carnavaleschi. Passo un gruppo di cespugli; riconosco i pianti da Inglaterrra, eccetto che qui sono tutti piu` alti di me. Deve essere verita`.</p>

<p>Una delle fontane nel giardino e` una statua giallo-marrone di una donna con cornucopia di frutta. Sta gesticolando con un piede nell'aria, spensierata. Mio mal di testa intensifica. Chiudo gli occhi e vedo macchie nei colori khaki, oro e rosa-shocking di un cactus brasileiro.</p>

<p>Mamae eu quiero, mamae eu quiero,<br />
Mamae eu quiero pra bailar<br />
Um Mangueiro, um Mangueiro<br />
Um Mangueiro pra dancar <br />
- Canzone del escola carnavalesca Mangueira <br />
(= albero di mango)</p>

<p>Mama io voglio, mama io voglio,<br />
Mama voglio ballare<br />
Con un albero di mango, un albero di mango<br />
Voglio ballare con un albero di mango</p>

<p>MARACUJA = FRUTTO DELLA PASSIONE </p>

<p>La` no avarandado<br />
Na luz do meio-dia<br />
Um segredo nos teus olhos<br />
Tanta coisa me dizia<br />
O cabelo solto ao vento<br />
O teu jeito de olhar<br />
E no teu corpo moreno<br />
A flor de maracuja`. <br />
- Joa~o Donato e Lysias Enio (cantada di Gal Costa)</p>

<p>Li` sulla veranda<br />
Nella luce di mezzogiorno<br />
Un secreto nei tuoi occhi<br />
Mi diceva tante cose<br />
Capelli levati nel vento<br />
Tuo modo di guardarmi<br />
E nel tuo corpo scuro<br />
Il frutto della passione.</p>

<p>MELA~O = MELONE</p>

<p>Brasile e` verde ed oro. Verde della vegetazione, oro del sole, verde e oro di un melone. Ho notato la predominanza di questi colori nei vestiti, frutti e edifici di Brasile, prima di rendermi conto che -  insiemi col azzuro del cielo - sono anche i colori della bandeira brasileira. Verde per le foglie della canna-zucchera, l'albero di gomma e la planta di caffe`: oro per topazi e frutti di caca~o, oro per oro.</p>

<p>Il compositore Villa-Lobos aveva una grande testa rotonda calvandosa.<br />
Ho bevuto suco di melone poco prima di visitare sua casa, quale e` stata convertita in un mini-museo di suo foto, suoi bastoni da passeggio, suoi sigaroni, sue tazzini doratini da caffe`. Ogni oggetto e` come musica Villa-Lobosa, allegra, confortevole, affettuosa. Al muro ci sono partiture, inclusa una canzone per un gruppo carnavalesco che inizia "Brasile, verde e giallo", e una citazione da lui sulla sua musica:</p>

<p>Se ela e em grande quantidade, e fruto de uma terra extensa, generosa e quente.<br />
Se e` in grande quantita`, e` frutto di una terra estesa, generosa e calda.</p>

<p>Nel cortile il sole filtra oro attraverso foglie verdi. Gli uccelli fischianno melodie Villa-Lobose.</p>

<p>MELANCIA = ANGURIA</p>

<p>A Estudantina si ballano la samba il forro' il frevo' la seresta la samba-di-roda il samba~o. Il complesso e` calato, il complesso e` scatenato. Una tracagnotta mezza-eta` con un sedere enorme come un'anguria giganta, in una minigonna da cuore nero Dio mio, si alza della sua tavola e avanza gattosa verso un allampanato scheletrico. <br />
L'istante che iniziano a ballare insieme lui diventa Fred Astaire e lei e` Venusa Se Stessa, che lancia onde di allegria erotica in tutta la sala da ballo con ogni magnifico dimenamento, e ela sa questo e ne e` contentissima e sono contentissima anch'io.</p>

<p>Non so ballare questi balli, sto seduta a guardare altri personi che sembrano ordinari mutarsi nelle loro identita` segrete straordinarie.</p>

<p>Mentre c'e` danza ci sara` sempre speranza - sopra la porta di Estudantina <br />
Non sai ballare? Chi se ne frega! Vieni a ballare communque. Con me.<br />
Si`, ora, perche` no? - E subito vedo che non c'e` nessuna ragione perche` no, prendo sua mano, e in qualche modo sto faccendo i passi giusti, e la gioia della Samba fremita per mie vene, e giriamo abbracciati, e stiamo ballando galleggiando ballando botta!<br />
La coppia che avevo bottado ride e continua il ballo.</p>

<p>Mentre imparo i ballo e` come aprire un'anguria, dura e immangiabile fuori, appetitosa rosa e leggera dentro e dolce, tanto dolce.</p>

<p>"Per ballare nel modo giusto bisogna sentire la musica fuori di te, ma anche la musica dentro di te", dice Andre', chi mi sta insegnando la seresta.</p>

<p>Coco^ verde e melancia<br />
Para sempre amor - Vicinius de Moraes</p>

<p>Cocco verde e anguria<br />
Amore per sempre</p>

<p>MORANGO = FRAGOLA</p>

<p>A cosa servono i vestiti?<br />
Calore? - In Rio? Non mi fare ridere. 25 gradi a nove di sera in mezzoinverno.<br />
Indicare status sociale? - Beh, qualcuno che conosco e` stato rubato dalle sue scarpe ginnastiche troppe-di-moda a punto di coltello su un autobus di Rio, pero` in una citta` dove la divisa per affari e` jeans e maglietta la marcanza possibile di status e` limitada.<br />
Modestia? - In Rio?!<br />
A garota de Ipane'ma que vem e que passa no doce balanc,ar na beira do mar reaziona al mio costume da bagno stile europeo nel modo che io reazionerei ai pantaloni da bagno inglesi ottocenteschi: con comprensione per una societa` abbottonata, e con risolini.<br />
Divertimento, creativieta`, fare viveri i sogni, attirare innamorati, unire gruppi di amici, felicitare lo spettatore e lo sconosciuto? - piu` verosimile.</p>

<p>Con queste criterie di design il risulto e` i vestiti nel Museo di Carnavale, prossima fermata dopo un suco di fragola. Questi vestiti non hanno nemmeno un centimetro di stoffa. La concessione simbolica a modestia e` un pezzo lustrinato di filo dentale. Per il resto sono piumi pompon ninnoli carta-oro-e-argento perline fiori fragole foglie riccioli finti-gioielli finta-pellicia arcobaleni cordoncini braccialetti argentati nastri spigette treccie pizzo tasselle spini nappe arriccie e piu` lustrini.</p>

<p>Esco dal museo di carnavale pensando, a che cosa serve la vita?<br />
Sopravivere e tenersi caldo? Crescere lo status sociale? Nascondersi?<br />
Penso di no.</p>

<p>Voce^ sorriu para mim<br />
Depois sumiu na multida~o<br />
Sera' que foi miragem de Carnaval<br />
Ou o amor me mandou seu sinal? <br />
- Caetano Veloso</p>

<p>Hai sorriso per me<br />
Poi sei immerso na folla<br />
Sara` che fosse miraggio da Carnivale<br />
O l' amore mi ha mandato tuo segnale?</p>

<p>Nel cielo sopra il museo vola Cristo Redentore, che abbraccia Rio. La statua e` su una collina abbastanza alta per essere visibile da tutta la citta`. Lui e` vestito in una tunica la piu` semplice possibile. </p>

<p>SUPER FORTE = una mescolanza di arancia, carota a barbabietola.</p>

<p>Copacabana e` una stazione balneare per corpi. In Copacabana un corpo puo` procurarsi un'abbronzatura perfetta, tonificare suoi muscoli, avere rapporti sessuali, ballare a ottima musica, ingestire tanti chimici indurre-piacere, surfare, comprare e vendere altri corpi, mangiare gelati e giocare foot-vo^llei (pallavolo da spiaggia, solo che si tocca il pallone con testa e piedi e non con mani, estremamente difficile per corpi non-avvanzati).</p>

<p>A qualunque ora di giorno e notte in Copacabana si sente la grida degli ginnastistruttori: STIRACCHIA, due tre quattro, UNO, due tre quattro, E ANCORA, due tre quattro.</p>

<p>Il suco Super Forte e` piu` forte di me, non riesco a finirlo. Non mi sento a casa a Copacabana, non ho muscoli degni di nota e mia sequenza di abbronzatura e` piu`-di-bianca bianca-lentigginata rosa-lentigginata rossa-aragosta.</p>

<p>Due Mr.BoomBastik stanno faccendo situps-torcendo, tonificando loro  abdomini. Sono serissimi. Forse c'e` un nuovo evento olimpico Abdominali Sincronizzati e sono la squadra brasileira. Quando me ne vado dalla spiaggia due ore piu` tarde stanno sempre continuando.</p>

<p>TANGERINA</p>

<p>Tangerine, you are all they claim<br />
With your eyes of darkness and your hair of flame</p>

<p>Tangerina, sei tutta che si dicono di te<br />
Con tuoi occhi di scurita` e tuoi capelli di fiammi</p>

<p>Nella velluta notte tropicale vedo un grande fuoco sulle colline nella parte povera di Rio. I fiammi sono rossi e tangerini. Una colonna di fumo annegra il cielo. C'e` l'odore di cenere.</p>

<p>Cammino giu` la strada dal bar di sucos fino al Banco do Brasile. Alla marciapiede davanti al Banco c'e` steso un ragazzo scalzo addormentado. Ha capelli tintati il colore di fiamma e tiene in mano un fogliettino di pubblicita` per una notte di funk.</p>

<p>TUTTI FRUTTI</p>

<p>Trovo una sucaria che especializa nei frutti del nord di Brasile. Caja`, pubblicizza. Cupuac,u. Genipapo, Guarana`, Jambo, Jaboticaba, Pitanga, Seriguella, Umbu`. Mi rendo conto che non ho nemmeno iniziato gostare la frutta di questo paese. Mia prossima cartolina, forse. Bevo un tutti frutti. Sa di ogni frutto che posso ricordare o immaginare.</p>

<p>Sono la ragazza nel cappello tutti frutti - Carmen Miranda</p>

<p>La cantatrice Carmen Miranda personicava Brasile per Hollywood; ballava la Samba vestita in un turbano coperto di frutta, cestine di frutta, barilli di frutta. Un canzone Carmen Miranda e' una incomplicata celebrazione della gioia di essere viva sotto un cappello sciocco. C'e` un museo Carmen Miranda a Rio, con suoi abiti tutti frutti, dischi tutti frutti, e cappelli tutti frutti. Quando ci ho visitato non potevo smettere i risolini. <br />
Pensavo che non ci fosse nessuno come Carmen Miranda. Ma no, Brasile e' affollata di gente con suo dono di convertire vita quotidiana in una festa, e frivolita' in un'affermazione spirituale. Il resto del mondo ha da imparare.</p>

<p>Il bloco Carmen Miranda balla attraverso Rio per tutto il periodo  carnivale ogni anno. Consiste di trecenti uomini tutti vestiti alla Carmen Miranda. </p>

<p>Fuori del Bar di Frutti del Nord equilibro una cestina di frutta immaginaria  sulla mia testa e canto mia canzone preferita di Carmen Miranda, una delle piu` sciocche:</p>

<p>I I I I I, I like you verrrry much<br />
I I I I I, I think you'rre grrrrand<br />
When when when when when oh when I feeeel your touch<br />
My heart starts to beat to beat the band<br />
I I I I<br />
see see see see<br />
I I I I see see see see that you'rrrre for me!</p>

<p>E soffio un bacio a questa citta` succosa, questa citta' dolce deliciosa viva-colorita citta` piena di polpa e semi, capitale del paese piu` fruttoso del mondo.</p>

<p><small>FONTI: (Extratti copiati senza permissione. Tutti errori di<br />
traduzimento sono miei.)<br />
"Macunaima" di Mario de Andrade, 1928, publ. Quartet books<br />
"Personalidade, Gal Costa II" PolyGram dischi<br />
Elizabeth Bishop, the complete poems, publ. The Noonday Press, NY.<br />
Estudantina, Praca Tiradentes, 11pm-4am Fri+Sat, <br />
Ricetta di Feijoada da Hotel Cesar Park, Ipanema, Rio<br />
Ricetta di Caipirinha da http://maria-brazil.healthtouch.com/<br />
"Vicinius de Moraes, livro de letras", publ. Companhia Das Letras, 1991<br />
"Tieta do agreste" musica per film di Caetano Veloso<br />
"That night in Rio", film con Carmen Miranda<br />
Assortiti foglietti, mostre di museo, programmi TV, canzoni, proverbi.<br />
Tutto il resto e' mia colpa,<br />
(c) Copyright Miranda Mowbray 1996</small></p>]]></description>
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<category>Miranda Mowbray</category>
<pubDate>Mon, 06 Dec 2004 12:51:57 +0100</pubDate>
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<title>Una settimanella a Buenos Aires</title>
<description><![CDATA[<p><em>Nel meraviglioso libro "La Settimanella" di Julio Cortzar - "Rayuela" nell'originale - l'eroe, cercando un ordine nel mondo, recita come una mantra una lista di indirizzi di farmacie notturne a Buenos Aires. Ho visitato ciascuno di questi indirizzi in torno come un modo di giocare la settimanella attorno alla citt, la quale non aveva mai visitata prima. Questo  il risulto, una cartolina virtuale da Buenos Aires con Tanghi e ricette.  scritto in un pasticcio fra italiano, castellano ed english in celebrazione dei maggiori influenzi europei sulla cultura argentina. O almeno quella  la mia scusa. </em></p>]]></description>
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<category>Miranda Mowbray</category>
<pubDate>Mon, 06 Dec 2004 12:37:54 +0100</pubDate>
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<title>Una fetta di pane</title>
<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa mia figlia ha trovato un nuovo amichetto con cui giocare: una fetta di pane imburrato (da un lato solo) che si ostina a trattare come un cagnolino. Era ora di colazione e io le ho preparato, come ogni tanto faccio, del pane tostato spalmato di burro e coperto di zucchero e gliel'ho dato ma lei non ha voluto mangiarlo dicendo invece No mamma, questo  Toby, vedi? e l'ha tolta dal piatto.<br />
Da allora se la porta sempre dietro, quando dorme se la mette di fianco, se guarda la televisione la siede vicino, se si sporca la ripulisce e la spalma di nuovo di burro per renderla lucida. Ieri sera si  seduta al tavolo della cucina e l'ha appoggiata sulla tovaglia chiamandola Toby vieni qui, vieni bello; per un orribile momento mi  sembrato che si muovesse davvero verso di lei</p>]]></description>
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<pubDate>Mon, 06 Dec 2004 11:35:32 +0100</pubDate>
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